Il mobbing come malattia professionale?

Una recente sentenza del Tribunale di Padova (22/03/2011) rischia di innovare il panorama complesso che caratterizza la figura del mobbing.

Come noto, le malattie professionali sono di due tipi:
–          “tabellate”, ossia specificamente riconosciute in tabelle di legge, in relazione alle quali il lavoratore si pyuò giovare della presunzione legale di causalità intercorrente tra attività lavorativa e insorgenza della malattia
–         non tabellate, ossia a rischio generico. In questo caso, sarà onere del lavoratore provare oltre alla sussistenza della malattia, anche il nesso causale tra questa e l’attività lavorativa svolta. La posizione del lavoratore è dunque in questo caso più onerosa.
 
Ebbene, il Tribunale di Padova ha affermato che, in quanto malattia non tabellata, purché dimostrata in tutti i suoi elementi costitutivi, il mobbing può e deve essere risarcito dall’INAIL nella sua componente del danno biologico.
Trattandosi ovviamente di indennizzo e non di risarcimento, il Tribunale di Padova ha condannato l’INAIL ad applicare le proprie tabelle per la quantificazione della somma dovuta.
 
Ovviamente, se questa sentenza troverà conferma in sede di appello o in altre pronunce, sarà consigliabile per l’azienda convenuta in giudizio dal lavoratore che chieda un risarcimento per danni collegati al mobbing eccepire la legittimazione passiva del solo INAIL, lasciando spazio solo per una eventuale condanna per danno differenziale.
Si ricorda comunque che la prova del mobbing è quanto mai ardua: deve sussistere una molteplicità di comportamenti persecutori, una loro protrazione nel tempo, deve realizzarsi una danno quantificabile in sede di perizia medico legale (danno biologico), deve sussistere il nesso causale tra comportamento datoriale e lesione, nonché la prova dell’elemento soggettivo, ossia del dolo, dell’intento persecutorio.
Avvocato Noemi Pavia
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