Il lavoro subordinato “mascherato” da autonomo

Per qualificare un rapporto di lavoro subordinato “mascherato” da autonomo occorre la sussistenza del vincolo di soggezione del prestatore al potere direttivo, organizzativo e disciplinare del datore di lavoro. Lo ha ribadito la Cassazione nella sentenza n. 4476 del 2012 a proposito di un lavoratore assunto in un call center.

Le parti avevano attributo al rapporto dapprima la qualifica di collaborazione coordinata e continuativa e, in seguito, di collaborazione a progetto. I contratti si erano succeduti per un periodo di sei anni: in sostanza per la Corte essi celavano un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato.
La Corte ha rigettato il ricorso del datore di lavoro ribadendo che “requisito fondamentale del rapporto di lavoro subordinato – ai fini della sua distinzione dal rapporto di lavoro autonomo – è il vincolo di soggezione del lavoratore al potere direttivo, organizzativo e disciplinare del datore di lavoro, il quale discende dall’emanazione di ordini specifici, oltre che dall’esercizio di una assidua attività di vigilanza e controllo dell’esecuzione delle prestazioni lavorative. L’esistenza di tale vincolo va concretamente apprezzata con riguardo alla specificità dell’incarico conferito al lavoratore e al modo della sua attuazione”
La Corte ha altresì sottolineato come “hanno carattere sussidiario e funzione meramente indiziaria altri elementi del rapporto di lavoro (quali, ad esempio, la collaborazione, l’osservanza di un determinato orario, la continuità della prestazione lavorativa, l’inserimento della prestazione medesima nell’organizzazione aziendale e il coordinamento con l’attività imprenditoriale, l’assenza di rischio per il lavoratore e la forma della retribuzione), i quali – lungi dal surrogare la subordinazione o, comunque, dall’assumere valore decisivo ai fini della prospettata qualificazione del rapporto – possono, tuttavia, essere valutati globalmente, appunto, come indizi della subordinazione stessa”
La Suprema Corte ha infine ribadito l’irrilevanza della qualifica assegnata dalle parti al rapporto di lavoro, ove alla qualifica non corrisponda la realtà dei fatti.
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