Ultime novità in tema di mobbing

La Suprema Corte con la sentenza n. 7382 del 2010, aveva già stabilito che “ha diritto al risarcimento del danno da parte dell’azienda il prestatore di lavoro che viene preso di mira e ridicolizzato da un capo davanti ai propri colleghi”.

I giudici avevano respinto il ricorso di una azienda condannata nei precedenti gradi di giudizio per non aver provveduto alla tutela di un proprio dipendente, spesso ridicolizzato dal capo dello stabilimento nella totale indifferenza e complicità del rappresentante legale della società.

La Corte con quella sentenza aveva colto l’occasione per precisare inoltre i parametri per accordare un risarcimento per mobbing.

Si legge testualmente che: “per mobbing riconducibile alla violazione degli obblighi derivanti al datore di lavoro dall’articolo 2087 c.c. deve intendersi una condotta nei confronti del lavoratore tenuta dal datore di lavoro, o dei dirigenti, protratta nel tempo e consistente in reiterati comportamenti ostili che assumono la forma di discriminazione o di persecuzione psicologica da cui consegue la mortificazione morale e l’emarginazione del dipendente nell’ambiente di lavoro, con effetti lesivi dell’equilibrio fisiopschico e della personalità del medesimo”.

Ed inoltre per la Cassazione, ai fini della configurabilità della condotta lesiva del datore di lavoro sono rilevanti:
la molteplicità di comportamenti di carattere persecutorio posti in essere in modo sistematico e prolungato contro il dipendente con intento vessatorio;
 l’evento lesivo della salute o della personalità del dipendente;
il nesso eziologico tra la condotta del datore o del dirigente e il pregiudizio all’integrità psicofisica dei lavoratore;

 la prova dell’elemento soggettivo, cioè dell’intento persecutorio.

Con la decisione in commento, quindi, la Suprema Corte ha riconosciuto la “colpevolezza dell’azienda” che non si è operata al fine di evitare che un proprio dirigente interrompesse comportamenti ridicolizzanti e vessatori nei confronti di un dipendente, addirittura fino a giungere al licenziamento dello stesso.

 Di recente in Tribunale di Milano (05/07/2017) ha ribadito che il mobbing non è costituito e non si esaurisce in una singola condotta anche se protratta nel tempo (ad esempio un singolo trasferimento o un singolo demansionamento), ma si traduce in una vera e propria aggressione, in un accerchiamento della vittima, in un conflitto mirato contro una persona o un gruppo di persone.

Vi sono in materia decine di sentenze che delineano i parametri – rigorosi – del mobbing: è dunque consigliato un parere non solo legale ma anche medico prima di intraprendere una qualunque iniziativa con speranza di successo.

Il presente articolo (o gli articoli pubblicati sul presente sito) hanno mero carattere informativo e divulgativo generale, non costituiscono parere e non contengono soluzioni a casi specifici, per i quali si rimanda ad una consulenza personalizzata

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